Le dimenticate delle avanguardie. Conversazione di Coralie Besse con Francesca Mazzucato
Le dimenticate delle avanguardie
Conversazione con Coralie Besse
Qualche tempo fa, parlando con la mia amica Coralie Besse, musicista, poetessa ed editor francese, ci siamo ritrovate a discutere di avanguardie artistiche, di Dada e di quelle figure che la storia dell’arte ha lasciato ai margini del racconto principale.
Coralie lavora con le parole e con il suono: la sua sensibilità di poetessa e musicista porta spesso a interrogare ciò che resta in sottofondo nelle storie ufficiali, ciò che non sempre viene ascoltato.
Coralie:
Come è iniziato il tuo interesse per Suzanne Duchamp?
Francesca:
È iniziato quasi come un’intuizione. Suzanne Duchamp compariva spesso nei testi dedicati alle avanguardie, ma quasi sempre in relazione a qualcun altro: come sorella di Marcel Duchamp o come compagna di Jean Crotti. Questo mi ha incuriosito. Mi sono chiesta quale fosse realmente la sua voce artistica, quale spazio occupasse nella rete di relazioni che costituiva il mondo delle avanguardie europee. Da lì è nato il desiderio di studiare il suo lavoro in modo più approfondito.
Coralie:
Nella musica e nella poesia accade qualcosa di simile: alcune voci rimangono in ombra, altre vengono amplificate. Perché secondo te così tante artiste delle avanguardie sono state dimenticate?
Francesca:
In parte perché la storia dell’arte è stata raccontata per molto tempo attraverso alcune figure dominanti. Le avanguardie, invece, erano mondi molto più complessi, fatti di dialoghi, amicizie, scambi intellettuali. Molte donne partecipavano pienamente a queste reti culturali, ma col tempo i loro contributi sono stati ridotti o semplificati. Non si tratta necessariamente di una rimozione intenzionale; spesso è il risultato di narrazioni storiche costruite attorno a pochi protagonisti.
Coralie:
Chi era davvero Suzanne Duchamp?
Francesca:
Era un’artista con una voce molto personale. Il suo lavoro dialoga con le ricerche delle avanguardie ma mantiene sempre una dimensione autonoma, spesso ironica e riflessiva. Era profondamente inserita nel contesto del Dada europeo e nel dialogo con altri artisti del suo tempo. Ridurla semplicemente al ruolo di “sorella di Marcel Duchamp” significa perdere una parte importante della sua identità artistica.
Coralie:
Nel mondo delle avanguardie mi ha sempre colpito il dialogo tra arti diverse: pittura, poesia, musica, performance. Il Dada non era anche questo?
Francesca:
Assolutamente sì. Il Dada nasce proprio da un intreccio di linguaggi. Al Cabaret Voltaire di Zurigo si mescolavano poesia sonora, musica, teatro, immagini. Gli artisti non pensavano in termini di discipline separate. Questo rende ancora più interessante studiare le relazioni tra le persone e le idee che circolavano in quel momento storico.
Coralie:
Spesso pensiamo al Dada come a un movimento concentrato in pochi luoghi. È davvero così?
Francesca:
In realtà il Dada è stato fin dall’inizio una rete europea. Zurigo è il luogo in cui il movimento nasce nel 1916, ma molto presto le idee e le relazioni si diffondono verso altre città, tra cui Parigi. Gli artisti viaggiavano, si scrivevano, si incontravano. Il Dada è stato un dialogo continuo tra luoghi diversi e personalità differenti.
Coralie:
Perché oggi è importante tornare a queste artiste?
Francesca:
Perché la storia dell’arte non è qualcosa di definitivo. È una narrazione che può essere riletta, ampliata, resa più complessa. Tornare a figure come Suzanne Duchamp significa riconoscere la ricchezza delle reti artistiche del Novecento e ascoltare voci che per molto tempo sono rimaste in secondo piano.
Coralie:
Pensi che Suzanne Duchamp stia finalmente ricevendo l’attenzione che merita?
Francesca:
Credo che negli ultimi anni qualcosa stia cambiando. Mostre, studi e ricerche stanno contribuendo a restituire maggiore visibilità al suo lavoro. Non si tratta di riscrivere la storia dell’arte, ma di leggerla con maggiore attenzione e sensibilità.
Forse la storia delle avanguardie è proprio questo: una conversazione che continua nel tempo.
E a volte basta una domanda posta da una poetessa, da una musicista, da qualcuno che sa ascoltare le voci nascoste per riportare alla luce un’artista che merita di essere ascoltata da molto tempo.
Conversazione con Coralie Besse
Come è iniziato il tuo interesse per Suzanne Duchamp?
È iniziato quasi come un’intuizione. Suzanne Duchamp compariva spesso nei testi dedicati alle avanguardie, ma quasi sempre in relazione a qualcun altro: come sorella di Marcel Duchamp o come compagna di Jean Crotti. Questo mi ha incuriosito. Mi sono chiesta quale fosse realmente la sua voce artistica, quale spazio occupasse nella rete di relazioni che costituiva il mondo delle avanguardie europee. Da lì è nato il desiderio di studiare il suo lavoro in modo più approfondito.
Nella musica e nella poesia accade qualcosa di simile: alcune voci rimangono in ombra, altre vengono amplificate. Perché secondo te così tante artiste delle avanguardie sono state dimenticate?
In parte perché la storia dell’arte è stata raccontata per molto tempo attraverso alcune figure dominanti. Le avanguardie, invece, erano mondi molto più complessi, fatti di dialoghi, amicizie, scambi intellettuali. Molte donne partecipavano pienamente a queste reti culturali, ma col tempo i loro contributi sono stati ridotti o semplificati. Non si tratta necessariamente di una rimozione intenzionale; spesso è il risultato di narrazioni storiche costruite attorno a pochi protagonisti.
Chi era davvero Suzanne Duchamp?
Era un’artista con una voce molto personale. Il suo lavoro dialoga con le ricerche delle avanguardie ma mantiene sempre una dimensione autonoma, spesso ironica e riflessiva. Era profondamente inserita nel contesto del Dada europeo e nel dialogo con altri artisti del suo tempo. Ridurla semplicemente al ruolo di “sorella di Marcel Duchamp” significa perdere una parte importante della sua identità artistica.
Nel mondo delle avanguardie mi ha sempre colpito il dialogo tra arti diverse: pittura, poesia, musica, performance. Il Dada non era anche questo?
Assolutamente sì. Il Dada nasce proprio da un intreccio di linguaggi. Al Cabaret Voltaire di Zurigo si mescolavano poesia sonora, musica, teatro, immagini. Gli artisti non pensavano in termini di discipline separate. Questo rende ancora più interessante studiare le relazioni tra le persone e le idee che circolavano in quel momento storico.
Spesso pensiamo al Dada come a un movimento concentrato in pochi luoghi. È davvero così?
In realtà il Dada è stato fin dall’inizio una rete europea. Zurigo è il luogo in cui il movimento nasce nel 1916, ma molto presto le idee e le relazioni si diffondono verso altre città, tra cui Parigi. Gli artisti viaggiavano, si scrivevano, si incontravano. Il Dada è stato un dialogo continuo tra luoghi diversi e personalità differenti.
Perché oggi è importante tornare a queste artiste?
Perché la storia dell’arte non è qualcosa di definitivo. È una narrazione che può essere riletta, ampliata, resa più complessa. Tornare a figure come Suzanne Duchamp significa riconoscere la ricchezza delle reti artistiche del Novecento e ascoltare voci che per molto tempo sono rimaste in secondo piano.
Pensi che Suzanne Duchamp stia finalmente ricevendo l’attenzione che merita?
Credo che negli ultimi anni qualcosa stia cambiando. Mostre, studi e ricerche stanno contribuendo a restituire maggiore visibilità al suo lavoro. Non si tratta di riscrivere la storia dell’arte, ma di leggerla con maggiore attenzione e sensibilità.




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